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Stanchezza? Decide il cervello


Una ricerca condotta in Sudafrica dimostra il ruolo fondamentale della mente nella percezione della fatica. Da lì parte l'impulso che rallenta o stoppa l'attività fisica

Uno studio della University of Cape Town di Città del Capo ha dimostrato che la sensazione di affaticamento da sempre attribuita alla produzione di acido lattico e all’aumentata concentrazione di idrogenioni nel sangue, in realtà dipenda sostanzialmente dal cervello che, prima ancora che i muscoli comincino a dare i primi segnali di stanchezza, ordina di smettere di correre, nuotare o giocare a calcio. Lo scopo sarebbe quello di farci evitare eventuali danni dovuti al sovraccarico di lavoro.

ALLARME — Ma in che modo il cervello si rende conto che stiamo per esaurire le nostre riserve? Sembra che tutto il merito sia di una particolare molecola proteica, l’interleuchina 6, già nota al mondo scientifico per il suo ruolo di marker di infiammazioni e traumi. I ricercatori sudafricani sono giunti a questa conclusione iniettando questa sostanza in sette runners e, per controllo, un placebo in altri sette. Dopo sette giorni l’esperimento è stato ripetuto invertendo i corridori, ovvero a chi nella settimana precedente era stata somministrata l’interluchina è stato dato il placebo e viceversa. Ebbene, i risultati in pista non hanno lasciato dubbi. Chi aveva ricevuto il placebo, in entrambe le situazioni, aveva concluso il percorso di 10 chilometri con un minuto di anticipo rispetto agli altri. Differenti tempi dovuti proprio al ruolo svolto dalla molecola proteica che, funzionando da segnale d’allarme per il cervello nel momento in cui lo sforzo viene ritenuto eccessivo, convince gli atleti a rallentare in quanto troppo stanchi.


SANGUE — Gli scienziati per ulteriore conferma della loro teoria hanno inoltre analizzato il sangue dei runners al termine della prestazione. Ebbene, il livello di interleuchina 6 era dalle 60 alle 100 volte più alto rispetto al normale. Le altre cause della stanchezza muscolare. Detto ciò, senza nulla togliere alla scoperta sudafricana, ma rifacendoci alla "tradizionale" fisiologia sportiva vediamo come esistano su tutte altre due contesti altrettanto determinanti e dimostrati alla base dello stato di affaticamento: la disidratazione e la formazione di acido lattico.

LA DISIDRATAZIONE — Quando il corpo durante un esercizio fisico intenso perde acqua, oltre che sali minerali, attraverso la sudorazione e l’evaporazione, condiziona sia la capacità del sangue di trasportare ai muscoli i vari nutrienti, sia la sua possibilità di eliminare tutti i prodotti di scarto del metabolismo energetico, come ad esempio l'anidride carbonica e l'acido lattico. E ciò accade già con la più lieve disidratazione, compromettendo la performance atletica. Per questo motivo, a differenza di quanto preparatori e allenatori consigliavano sino ad un paio di decenni fa, durante la pratica di un esercizio fisico intenso (e non solo dopo) è fondamentale bere per reintegrare immediatamente quanto perso.

L'ACIDO LATTICO — L'acido lattico è una sostanza che l’organismo produce abitualmente durante il metabolismo corporeo e che da vari organi, come ad esempio fegato e cuore, viene riconvertita a scopo energetico in glucosio. Tuttavia, in condizioni di carenza d’ossigeno, come avviene durante un esercizio molto intenso, la sua sintesi diviene particolarmente abbondante e, riversata nel circolo sanguigno, è tra le cause dell’affaticamento muscolare. Più l’esercizio è intenso e maggiore é la sua produzione, ma attenzione quest’ultima è inversamente proporzionale al grado di allenamento, così come è inversamente proporzionale il suo smaltimento. In pratica, un sedentario accumulerà nel sangue molto più acido lattico rispetto ad un runner di alto livello, e farà anche molta più fatica a smaltirlo. In genere l’acido lattico viene riassorbito in 2 o 3 ore e contrariamente a quanto spesso si asserisce non è la causa dei dolori muscolari del giorno successivo, provocati viceversa da tante infinitesimali lacerazioni muscolari che attivano dei processi infiammatori. Riassumendo, per cercare di ovviare al massimo all’accumulo di questo prodotto tossico nel torrente ematico occorre rendere più efficiente il metabolismo aerobico e ciò lo si ottiene solo raggiungendo un migliore stato di forma.

Mabel Bocchi
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