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sezione Ambiente - Escursionismo
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Il sistema carsico nei Monti Picentini


Premessa

mappa_monti_picentini “Una escursione nella giocaia del Terminio era, da qualche anno, il mio disegno favorito. Ma quasi affatto conosciuta agli studiosi di botanica e di geologia, mancava al mio intento ogni benché menoma notizia d’un possibile itinerario; e d’altra parte, la poca sicurezza de’ luoghi, sebbene oramai non si udisse più a parlare d’alcuna banda di briganti, rendeva quasi vana, fra gli amici della sezione alpina napoletana, ogni proposta di tentativo. Pure, mirando spesse volte dal Vesuvio quell’ammasso di monti e cime isolate, io non sapeva addirittura rassegnarmi ad abbandonare la impresa. Si trattava, in fin de’ conti, di una gita a poche miglia dal golfo di Napoli: una gita alla giocaia originaria del contrafforte campano”.

Con queste parole l’insigne uomo politico Giustino Fortunato descrisse nel 1878, ne “L’Appennino Meridionale”, il suo desiderio di esplorare questi monti che, nel secolo scorso, erano ancora pressoché sconosciuti ed isolati. Eppure i Monti Picentini occupano un ampio territorio, la cui superficie complessiva è di circa 1.100 kmq. Dal punto di vista amministrativo, tale territorio interessa 19 comuni in provincia di Avellino e 12 in provincia di Salerno, afferenti a sei Comunità Montane del Serinese-Solofrana, Terminio-Cervialto, Alto e Medio Sele, Zona dell’Irno, Zona Monti Picentini, Alta Irpinia.

Il nome di questi monti sembra risalire alla antica Picentia, insediamento non identificato ma ubicato grossomodo nella zona dell’attuale Pontecagnano, lungo le sponde, appunto, del fiume Picentino (Fondi, 1962). I suo abitanti, infatti, avendo offerto ospitalità ad Annibale dovettero subire la vendetta dei Romani: Picentia venne rasa al suolo e la popolazione dovette fuggire, trovando rifugio nelle montagne retrostanti. Il gruppo dei Monti Picentini comprende le quattro grandi strutture montuose di natura calcareo-dolomitica del Terminio-Tuoro, Cervialto, Polveracchio-Raione e Acellica-Licinici-Mai e, per le abbondanti precipitazioni, costituisce il più importante nodo idrografico dell’Italia Meridionale. Da questi monti, infatti, si originano i fiumi Sabato, Calore Irpino, Ofanto, Sele, Tusciano, Picentino e Solofrana. Inoltre, come si dirà in seguito, essi sono noti per essere il più ricco serbatoio di acqua potabile del Sud Italia, con oltre 8 milioni di utenti tra Campania, Puglia e Basilicata. Ma oltre questa peculiarità idrogeologica, i Monti Picentini ospitano una delle più vaste distese forestali d’Italia costituita principalmente da castagneti nelle zone pedemontane e da faggete che ricoprono la parte montana fin sulle cime più elevate.

Un territorio montuoso, relativamente poco antropizzato, che ospita ancora oggi una fauna ricca di specie, tra le quali non mancano il lupo, la martora, il gatto selvatico, il tasso, l'aquila reale, il picchio nero e l'astore. Non a caso, tra questi monti hanno sede le oasi del WWF del Monte Polveracchio, della Valle della Caccia e dell’Accellica. Un ambiente naturale di notevole interesse che per circa 64.000 ettari è stato dichiarato Parco Regionale con la L.R. 33/1993.


Geologia

I Monti Picentini, dal punto di vista geologico, sono costituiti da una potente serie di dolomie, calcari dolomitici e calcari, appartenenti a quella Unità Stratigrafico-Strutturale Monti Picentini-M. Taburno (Bonardi et al., 1988). Essa è costituita da depositi esclusivamente carbonatici di età compresa tra il Trias superiore ed il Cretacico superiore. Localmente si rinvengono, inoltre, piccoli lembi di rocce, sempre carbonatiche, ascrivibili al Paleocene ed all’Eocene. Nel corso delle complesse vicende tettogenetiche che portarono alla costruzione dell’Appennino meridionale, tale Unità fu portata a sovrascorrere sui depositi di altri domini paleogeografici più orientali.

Questo fenomeno è ben esposto nella parte meridionale del massiccio, nella cosiddetta finestra tettonica di Campagna, uno dei settori più intensamente sollevati dell’intero Appennino meridionale, ove l’erosione operata dai corsi d’acqua ha tagliato verticalmente tutta la successione carbonatica di piattaforma mettendo in luce i sottostanti sedimenti di mare profondo del bacino Lagonegrese (Scandone et al., 1967; Turco, 1976). Analogamente anche i dati di alcune perforazioni profonde eseguite lungo i margini settentrionali dei Picentini testimoniano questa sovrapposizione. Durante la tettogenesi miocenica, inoltre, si verificò anche l’accavallamento, sull’unità Monti Picentini-M. Taburno, di alcune Unità di provenienza occidentale: le Unità Sicilidi e le Unità Liguridi. Nei Picentini, tuttavia, le seconde sono assenti, mentre sono estesamente affioranti i depositi ascrivibili alle Sicilidi, altrimenti note come complesso delle Argille Varicolori, estesamente affioranti lungo la valle del Sele, l’area ofantina, e la zona di Montella-Bagnoli. A seguito delle importanti modificazioni paleogeografiche indotte dalle deformazioni orogenetiche del Miocene, si verificò anche una netta variazione nella sedimentazione e, pertanto, sui depositi carbonatici mesozoici, già deformati ed erosi, si depositarono sedimenti terrigeni costituiti per lo più da alternanze ritmiche di arenarie, calcareniti, marne ed argille che, usualmente, si raggruppano con il termine di flysch.

Si tratta dei sedimenti sinorogenetici delle Unità Irpine, depositati in aree bacinali prossime alla catena ed alimentate dallo smantellamento erosionale delle dorsali in via di emersione. Oggi, tali depositi terrigeni affiorano estesamente al piede del gruppo montuoso, sia lungo il suo bordo settentrionale, sia nel graben di Montella che separa il blocco del Cervialto da quello del Terminio-Tuoro.

Oltre alle menzionate formazioni mesozoiche e terziarie, molto diffusi sono anche depositi continentali del Pleistocene rappresentati da falde detritiche e conoidi alluvionali costituiti rispettivamente da brecce deposte ai piedi dei versanti di faglia e da conglomerati accumulati al fondo delle valli. Queste ultime, inoltre, a seguito dei sollevamenti tettonici pleistocenici, furono più volte reincise dagli stessi corsi d’acqua che generarono, così, più ordini di superfici terrazzate come quelle rinvenibili a differenti altezze lungo le medie e alte valli del Fiume Sabato e del Fiume Picentino.

Anche le oscillazioni climatiche quaternarie dei cicli glaciali hanno lasciato tracce sui Monti Picentini. Circa un milione di anni fa, infatti, nell’area erano presenti diversi laghi oggi in gran parte colmati e prosciugati. Alcuni di essi, come ad esempio l’antico bacino di Lioni o quello di Cassano-Montella, si impostarono in blande depressioni in flysch ed erano caratterizzati da specchi d’acqua non molto profondi. Altri, invece, erano più profondi perché localizzati in depressioni strutturali all’interno dei massicci carbonatici come il bacino di Acerno ed i paleolaghi della Piana del Dragone, del Laceno e di Serino.

I sedimenti depositati sul fondo di tali laghi erano in prevalenza argillosi ed al loro interno si sono conservati i pollini delle piante che un tempo crescevano lungo le sponde e sui versanti montuosi circostanti. Lo studio di questi pollini (palinologia) ha consentito di ricostruire l’ambiente vegetazionale anticamente presente nell’area e, quindi, di poter fare interessanti ricostruzioni paleoclimatiche. A tal proposito, un vero e proprio archivio delle vicende climatiche e paleoambientali che hanno interessato i Picentini nel Quaternario è costituito dal bacino di Acerno nel cuore dei Picentini. Il paese sorge su depositi argillosi accumulatisi sul fondo di un antico lago formatosi in seguito allo sbarramento tettonico del Fiume Tusciano (Capaldi et al., 1988). Lo studio dei pollini intrappolati nei sedimenti lacustri, ha permesso di ricostruire la storia di questo antico lago esistito tra 350 e 250 mila anni fa, caratterizzato da condizioni climatiche più calde di quelle attuali (periodo interglaciale). All’interno di questi depositi sono state ritrovate anche le ossa fossilizzate di Elephas antiquus, un elefante di clima caldo che era ampiamente diffuso durante il Quaternario, ma che si estinse durante l’ultimo periodo glaciale.

Ai bordi di questi specchi lacustri erano spesso presenti cospicue sorgenti che, oltre ad alimentare i laghi stessi, depositarono, nel corso dei millenni, sottili strati di carbonato di calcio il cui accumulo ha dato luogo a rocce ricche di fossili, come l’alabastro calcareo e il travertino di Lioni.

Infine, tra i sedimenti Quaternari dell’area, si ricordano le coperture piroclastiche più o meno alterate e pedogenizzate che mantellano diffusamente soprattutto i versanti meno acclivi del massiccio. Tali coperture, costituite da ceneri provenienti prevalentemente dai distretti vulcanici campani, hanno creato un mantello fertile che ha favorito lo sviluppo di una rigogliosa e fitta copertura boschiva, non comune su altri massicci carbonatici. Geomorfologia e Carsismo

Il gruppo dei Monti Picentini è un apparato orografico complesso, ben delimitato rispetto al paesaggio collinare circostante la cui evoluzione morfostrutturale si è espletata nel corso del Plio-Quaternario (Cinque 1986; Capaldi et al., 1988;). Al suo interno si distinguono fondamentalmente quattro massicci principali, separati da imponenti faglie o da profonde vallate. Nella parte nord-occidentale dei Picentini, a sud-est di Avellino, è ubicato il massiccio formato dai rilievi del M. Terminio (1786 m) e del M. Tuoro (1422 m), compresi tra le alte valli del Fiume Sabato ad ovest e del Fiume Calore ad est, separati tra di loro dalla conca endoreica della Piana del Dragone (667 m).

Nella parte nord-orientale, tra le alte valli del Fiume Calore, ad ovest, del Fiume Ofanto, a nord, e del Fiume Sele, ad est, si individua il massiccio del Cervialto che raggiunge la massima elevazione del gruppo dei Picentini con la vetta omonima a quota 1809 m slm; al suo interno si trova la conca endoreica del Piano Laceno (1051 m), tipica località turistica dell’Irpinia.

La grossa direttrice tettonica Acerno-Calabritto, coincidente con la forra del Rio Zagarone, separa a sud la struttura del Cervialto da quella del Polveracchio-Raione. Quest’ultima, anch’essa di natura prevalentemente carbonatica, costituisce la parte sud-orientale dei Picentini ed è compresa tra l’alta valle del Fiume Tusciano, a ovest, e la media valle del Fiume Sele, ad est, raggiungendo la quota di 1790 m con la vetta del M. Polveracchio.

Nella parte sud-occidentale dei Picentini, tra le valli dei fiumi Irno-Solofrana, ad ovest, Tusciano, ad est, e Picentino, a sud, si individua la struttura dell’Acellica-Licinici-Mai, costituita dai rilievi di natura prevalentemente dolomitica che culminano appunto con la vetta del M. Acellica (1660 m) e dei Mai (1573 m); importanti discontinuità tettoniche, infine, separano a nord questa struttura da quella del Terminio-Tuoro.

Data la natura prevalentemente carbonatica e le alte energie di rilievo, i Monti Picentini si contraddistinguono per la presenza di numerose morfologie carsiche. In superficie sono presenti ampie depressioni tettono carsiche (polje), le più importanti delle quali sono rappresentate dalle già citate piane del Dragone (677 m) e del Laceno (1056 m). La Piana del Dragone, nel Comune di Volturara Irpina, è una delle più ampie aree a deflusso endoreico esistente nell’Appennino Meridionale. La conca ha una estensione di 4300 ettari e riceve le acque superficiali dell’intera corona montuosa che la circonda, formando un bacino imbrifero di forma ellittica di circa 60 km2. Giunte nella piana, le acque corrivano e, attraverso una rete di canali di raccolta, vengono convogliate verso il margine meridionale nell’unico punto di assorbimento esistente impostato su una frattura naturale: la Bocca del Dragone. E’ ormai un dato di fatto, scientificamente provato con prove di colorazione, che tale inghiottitoio carsico è idrogeologicamente collegato alla falda di base del Terminio e, in primo luogo, con le sorgenti di Cassano Irpino. In corrispondenza della Bocca, a iniziare dal 1785 e in epoche successive, sono state realizzate opere di bonifica e regimentazione delle acque superficiali, con il fine di prevenire gli episodi di allagamento della piana. Infatti, non essendo in grado la frattura di assorbire tutte le acque del bacino (alcune misure hanno fatto registrare una capacità di smaltimento di 0,54 mc/sec), nei periodi più piovosi, si origina un lago di circa 200 ettari che, talvolta, ha invaso anche l’abitato di Volturara Irpina. Sono memorabile, a tal proposito, gli allagamenti del 1851, 1853 e 1854 che fecero innalzare il livello d’acqua di oltre 20 metri. Analoga fenomenologia di allagamento genera stagionalmente il Lago Laceno, nella piana omonima del Comune di Bagnoli Irpino (AV), una piacevole località che in passato ispirò l’Arcadia di Jacopo Sannazzaro. La piana ha una estensione di circa 40 ettari e riceve le acque superficiali da un bacino di circa 14 kmq, che si sviluppa tutt’intorno tra le cime del Monte Cervialto (1809 m), Cervarolo (1546 m), Montagnone (1490 m), Calciogliano (1444 m), Fosse della Neve (1276 m), Grande (1508 m) e Raiamagra (1667 m). L’unico emissario di questo lago è costituito dagli inghiottitoi carsici di S. Nesta e Ponte Scaffa che smaltiscono le acque attraverso la sottostante Grotta di Caliendo, la più importante dei Monti Picentini, vero e proprio “traforo” idrogeologico nella dorsale calcarea di Fossa della Neve. La conca del Laceno è alquanto singolare e rappresenta probabilmente il più significativo caso di area carsica italiana tributaria di due diversi bacini. Infatti, in condizioni di piena le sue acque defluiscono attraverso la Grotta di Caliendo nel vallone omonimo, affluente del Calore Irpino, a sua volta tributario del Fiume Volturno; in condizioni idriche normali, invece, le sue acque si infiltrano nel sottosuolo e si dirigono sul versante opposto, cioè alle sorgenti Sanità nel Comune di Caposele (AV), da cui nasce appunto il Fiume Sele.

Quelle del Dragone e del Laceno non sono le uniche conche dei Monti Picentini. Ne esistono altre, seppur minori, situate a quote più elevate, che testimoniano diverse fasi di sollevamento della struttura in epoche passate. Tra queste si ricordano Campolaspierto (1280 m), Verteglia (1180 m), Piani d’Ischia (1210 m) e Acquenere (1060 m) nel comprensorio del Terminio; Acernese (1163 m), Cupone (1170 m), Migliato (1250 m) e Sazzano (1240 m) nel comprensorio del Cervialto-Polveracchio, solo per citare le principali (Brancaccio et al., 1998).

Si tratta di conche endoreiche il cui fondo è ricolmo di sedimenti di natura eluvio-colluviale e di vulcaniti da caduta, che hanno ammantato l’intero massiccio e che si sono raccolte nelle depressioni ostruendo gli inghiottitoi carsici naturali. Gli speleologi hanno ripetutamente cercato di forzare questi “tappi” per accedere all’enorme potenziale carsico del Monti Picentini e, in tal modo, sono riusciti a ricostruire finora una modesta parte del reticolo carsico sotterraneo, mettendo tuttavia in luce i tipici meccanismi di trasferimento delle acque dalle piane alte verso quelle più basse, fino alle grosse sorgenti basali.

A tutt’oggi, infatti, sui Monti Picentini, sono già state esplorate numerose grotte, per lo più ad andamento sub orizzontale, i cui livelli sono stati messi in correlazione con le superficie erosionali esterne, evidenziando la presenza di un paleo livello di base, attualmente dislocato dalla tettonica a varie altezze. Idrogeologia

Le caratteristiche stratigrafiche e tettoniche dei Monti Picentini, unite a quelle climatiche, hanno consentito la formazione di serbatoi di acque sotterranee che, per qualità e quantità, costituiscono una importante risorsa. Si tratta, infatti, di copiose acque carsiche, oligominerali, bicarbonato-alcaline, solitamente limpide e pure perché provenienti da zone montane pressoché integre. Allo stato, in considerazione della complessità morfologica e strutturale del massiccio, sono state individuate quattro distinte unità idrogeologiche: Terminio-Tuoro, Cervialto, Polveracchio-Raione e Acellica—Licinici-Mai (Civita, 1969; Celico, 1983; Calcaterra et al., 1994; Budetta et al., 1994; Celico et al., 1994).


Unità idrogeologica dei monti Terminio Tuoro

L’unità idrogeologica del Terminio-Tuoro, nel settore nord occidentale dei Picentini, è delimitata a nord e a est dai terreni impermeabili delle Unità Irpine e delle Argille Varicolori, ad ovest dalla faglia della valle del Fiume Sabato, a sud dal contatto tettonico con le dolomie triassiche del M. Acellica. Tale unità si caratterizza per l’affioramento di una potente serie di calcari mesozoici e per la presenza di un fenomeno carsico molto evoluto.

La circolazione idrica sotterranea, di tipo evidentemente carsico, è notevolmente condizionata dai motivi tettonici responsabili dello smembramento dell’idrostruttura del Terminio-Tuoro in quattro bacini sotterranei principali, con la conseguente definizione di altrettanti recapiti per la falda di base.

Gli studi idrogeologici fin qui eseguiti, infatti, individuano un dominio meridionale (Terminio) e uno settentrionale (Tuoro), separati proprio dalla importante faglia che borda sul margine sud la Piana del Dragone e sulla quale, verosimilmente, si è impostato il condotto sotterraneo dell’inghiottitoio omonimo. Nel dominio meridionale, a sua volta, un sistema di faglie che si allunga da Volturara Irpina fino al M. Acellica, separa il bacino di alimentazione delle importanti sorgenti di Serino da quello delle altrettanto importanti sorgenti di Cassano Irpino.

Le sorgenti di Serino danno luogo a due principali gruppi sorgivi: le sorgenti alte di Acquaro-Pelosi (376-380 m slm), la cui portata media annua è di circa 950 l/sec, e le sorgenti basse del gruppo Urciuoli (330 m slm), la cui portata media annua è di circa 1120 l/sec. Il gruppo delle sorgenti di Cassano Irpino, invece, è costituito dalle seguenti quattro polle, per soglia di permeabilità sovrimposta: Bagno della Regina (476 m slm — portata media annua 1408 l/sec), Peschiera (475 m slm — portata media annua 278 l/sec), Prete (473 m slm — portata media annua 264 l/sec) e Pollentina (475 m slm — portata media annua 1159 l/sec). Anche nell’ambito del dominio del Tuoro, per l’accavallamento tettonico dei calcari sulle formazioni argillose, si distinguono altri due bacini sotterranei: quello occidentale con recapito alle sorgenti di Sorbo Serpico e Salza Irpina e quello orientale con recapito alla sorgente Beardo. Le sorgenti del gruppo di Sorbo Serpico e Salza Irpina (Lagno, Titomanlio, Sauceto, Salzola) sono tutte ubicate ad una quota variabile tra i 460-480 m slm e la loro portata media annua complessiva è di circa 200 l/sec. La sorgente Beardo (466 m slm — portata media annua 400 l/sec) nei pressi di Montemarano, invece, non è naturale ma venne alla luce negli anni ‘30 allorché l’Enel realizzò una galleria per usi idroelettrici, intercettando una serie di vene idriche in pressione.

All’interno del massiccio del Terminio-Tuoro, infine, sono presenti numerose sorgenti di alta quota caratterizzate da una estrema variabilità delle portate poichè alimentate da falde sospese e/o da canali carsici collegati ad inghiottitoi o zone di assorbimento concentrato in genere. Tra esse, il gruppo sicuramente più importante è quello delle sorgenti dei Piani di Verteglia, nel Comune di Montella, costituito dalle risorgenze carsiche di Candraloni (1190 m slm — portata minima 6 l/sec, massima 196 l/sec), Tronconcello (868 m slm — portata minima 0 l/sec, massima 13 l/sec), Troncone (771 m slm — portata minima 4 l/sec, massima 62 l/sec), Scorzella (825 m slm — portata minima 10 l/sec, massima 210 l/sec).

Il Terminio-Tuoro è sicuramente una delle più importanti e sfruttate unità idrogeologiche dell’Italia meridionale.

I primi ad impiegarne le sue acque furono i sanniti che, prima di essere sottomessi da Roma, avevano realizzato per l’alimentazione di Maloenton (attuale Benevento) un acquedotto lungo 37 chilometri. In seguito i romani, che apprezzavano le ottime qualità di queste acque, costruirono l’acquedotto Augusteo o Claudio, databile alla prima metà del I secolo d.C. La grande opera aveva inizio dalle sorgenti di Serino e, dopo aver servito Napoli e gli insediamenti residenziali e turistici dell’area Flegrea, terminava, dopo un percorso di 92 chilometri di cui quasi 5 in galleria, nel grandioso serbatoio sotterraneo noto come Piscina Mirabilis che riforniva la base militare di Miseno. In seguito l’acquedotto Claudio venne sostituito dall’acquedotto di Serino, realizzato tra il 1876 ed il 1885 dal Comune di Napoli, che esproprio le sorgenti Acquaro-Pelosi e Urciuoli. Ancora oggi queste sorgenti continuano ad essere utilizzate dall’acquedotto napoletano dell’ARIN, mentre le altre sorgenti del Terminio-Tuoro, tutte captate, alimentano altri due importanti acquedotti dell’Italia meridionale, l’Acquedotto Pugliese S.p.A. e l’Acquedotto del Consorzio Interprovinciale Alto Calore.


Unità idrogeologica del Monte Cervialto

L’unità idrogeologica del Cervialto, nel settore nord orientale dei Picentini, è delimitata a nord e a est dai terreni impermeabili delle Unità Irpine e delle Argille Varicolori, a ovest dalla faglia della valle del Calore, che la separa dal Terminio-Tuoro, ed a sud dalla faglia Acerno-Calabritto, con chiari caratteri di compressione. Anche questa unità si caratterizza per l’affioramento di una potente serie di calcari mesozoici, per la presenza di un fenomeno carsico molto evoluto e, come già detto, per la presenza della grande conca endoreica del Laceno, tributaria del Fiume Sele per le acque sotterranee e del Fiume Volturno per quelle superficiali. A parte alcune modeste sorgenti di alta quota, come la Tronola che alimenta il Lago Laceno, la falda di base dell’intera struttura del Cervialto drena dai quadranti occidentali verso quelli orientali trovando unico recapito presso l’importante sorgente Sanità di Caposele, ad una quota di 420 m slm.

Si tratta di una delle principali sorgenti italiane, la cui portata oscilla tra un minimo di 2800 l/sec ad un massimo di 6700 l/sec.

E’ collegata a questa sorgente la storia della costruzione dell’ultimo grande acquedotto italiano, la più grandiosa opera idraulica del Mezzogiorno e una delle più imponenti d’Europa: l’Acquedotto Pugliese. L’impresa prese l’avvio nel 1868 da un’idea di un giovane funzionario del Genio civile di Bari, Camillo Rosalba, che indicò la sorgente di Caposele come particolarmente adatta a soddisfare le esigenze idriche dell’arido versante adriatico, e soprattutto della Puglia che soffriva di una cronica penuria di acqua potabile e di una situazione igienico-sanitaria a dir poco preoccupante. Un progetto ambizioso, dai costi enormi e dalle difficoltà apparentemente insormontabili, che avrebbe richiesto la costruzione di numerose gallerie e ponti, anche di notevole sviluppo, prima che l’acqua potesse giungere a destinazione.

Il progetto fu quindi provvisoriamente accantonato e si dovette aspettare il felice completamento della galleria del Sempione per superare le diffidenze, non solo tecniche, che ne avevano ostacolato l’avvio. Fu solo il 10 marzo 1901 che venne autorizzata la spesa di un milione di lire per i rilevamenti necessari: l’idea di Rosalba cominciò ad essere sviluppata e negli anni seguenti venne indetta una gara d’appalto per la realizzazione dell’opera, vinta dalla Società Anonima Ercole Antico e soci, concessionaria dell’Acquedotto Pugliese con un importo di 125 milioni di lire.

Nel 1906 iniziarono i lavori di captazione della sorgente Sanità a Caposele e di scavo della grande galleria dell’Appennino; ma l’opera procedette a rilento, mentre la ditta appaltatrice accumulava ritardi e debiti. Ciò nonostante, il 24 aprile 1915 l’acqua giungeva a Bari, e l’anno dopo l’acquedotto già serviva Taranto e altri trentatre comuni delle due province. L’Acquedotto Pugliese andò ampliandosi di anno in anno e nel 1920 venne istituito l’Ente autonomo per la costruzione, manutenzione ed esercizio dell’impianto. Oggi l’Acquedotto Pugliese è una società per azioni, che raccoglie tutte le acque sorgive di Caposele e parte di quelle di Cassano Irpino, servendo la Puglia e gran parte della Basilicata, per un totale di 4,6 milioni di utenti.


Unità idrogeologica dei monti Polveracchio-Raione

L’unità idrogeologica calcareo-dolomitica del Polveracchio-Raione, nel settore sud orientale dei Picentini, è delimitata a est e lungo parte del bordo sud ed ovest, dai terreni impermeabili delle Unità Sicilidi, a sud da depositi alluvionali quaternari, a nord dalla già menzionata faglia Acerno-Calabritto, a nord ovest dalle dolomie dell’Acellica e dai depositi fluvio lacustri del bacino di Acerno. Questa unità è suddivisa in due sub strutture dalla finestra tettonica di Campagna.

La sub struttura di Monte Raione, tamponata dalle Unità Lagonegresi lungo i margini nord occidentale e nord orientale, alimenta le sorgenti del gruppo Santi Filippo e Giacomo (260-330 m slm — portata media annua 190 l/sec) ed alcune venute d’acqua diffuse lungo il vallone del Tenza, affluente del Sele, cui partecipa anche la parte meridionale del Polveracchio.

Nella sub struttura del Polveracchio, invece, per il suo particolare assetto litologico e strutturale, la circolazione idrica sotterranea risulta molto frazionata, con molteplici punti di recapito della falda.

Verso nord, lungo la direttrice tettonica Acerno-Calabritto, emerge la sorgente Acquara-Ponticchio (670 m slm — portata media annua 150 l/sec). Ad ovest, invece, verso la valle del Tusciano, la falda drena verso le sorgenti del gruppo Stretta di Acerno (540 m slm — portata media annua 800 l/sec). Il drenaggio principale di questa unità idrogeologica, tuttavia, è quello che avviene lungo il bordo orientale del Polveracchio, ove esiste una struttura a scaglie, con piani di scorrimento anche prossimi all’orizzontale. In corrispondenza di dette scaglie tettoniche, affioranti tra Caposele, Calabritto e Contursi, la falda di base viene a giorno originando le sorgenti della valle del Sele: il gruppo Piceglia-Abbazzata (480-520 m slm — portata, il gruppo Acquabianca (800-1020 m slm — portata media annua 170 l/sec), il gruppo Pozzo S. Nicola (330 m slm — portata media annua 190 l/sec), il gruppo di Contursi Bagni (140 m slm — portata media 50 l/sec) ed il gruppo di Contursi Terme (70-110 m slm — portata media annua 600 l/sec).

Prima di giungere all’emergenza, le acque dei gruppi sorgivi di Contursi, in particolar modo quelle di Contursi Bagni, devono superare un lungo e profondo sifone carbonatico che, di fatto, conferisce alle acque un alto grado di mineralizzazione, rendendole particolarmente idonee per un uso idrotermale, oggetto di una fiorente attività turistica nell’area.


Unità idrogeologica dei monti Accellica—Licinici-Mai

L’unità idrogeologica dei monti Accellica-Licinici-Mai, nel settore sud occidentale dei Picentini, è delimitata a nord-ovest e a sud dall’affioramento di depositi terrigeni impermeabili, ad ovest dalla faglia dell’Irno - alto Solofrana, a nord e a est da importanti discontinuità tettoniche che la pongono a contatto con le altre unità idrogeologiche dei Picentini. All’interno di questa unità è possibile distinguere due aree prevalentemente calcaree: M. Garofano, nello spigolo nord-occidentale, la cui falda trova recapito nei depositi alluvionali dell’alta valle del Fiume Solofrana; e M. Stella, nello spigolo sud-occidentale, tettonicamente sovrapposto al Trias dolomitico, la cui falda alimenta la spessa coltre quaternaria del fosso La Sordina e alcune piccole sorgenti ivi esistenti.

Il deflusso sotterraneo nell’area dolomitica dei monti Licinici-Mai, invece, è fortemente condizionato dall’andamento dell’impermeabile di fondo della struttura, costituito dai terreni della serie Lagonegrese che affiorano in finestra tettonica nell’alta valle dei fiumi Prepezzano e Picentino, nei pressi di Giffoni Valle Piana, ove si localizzano alcune modeste sorgenti.

Nella struttura del M. Acellica, infine, nel settore orientale di questa unità idrogeologica, la circolazione idrica sotterranea è meno frazionata e trova recapiti preferenziali verso le sorgenti dell’Ausino (portata media circa 1000 l/sec), nei pressi della conca di Acerno, e di San Benedetto (portata media circa 700 l/sec), lungo il margine settentrionale della piana del Sele. Le acque ad alto grado di mineralizzazione della sorgente San Benedetto, in particolare, sgorgano da uno spuntone calcareo posto circa 6 chilometri di distanza dal massiccio, e sono ad esso collegate da un sifone carbonatico che impone un approfondimento della circolazione sotterranea con conseguente mobilizzazione di acque di fondo a ricambio lento.

(Da: Atlante Grotte e Speleologia della Campania. Federazione Speleologica Campana)

Angelo Ceres
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